Stampa questa pagina

Comunicato stampa n. 2

Cosa c’è di vero nella chiusura del museo d’arte orientale?

Molte notizie circolano sulla chiusura del museo d’arte orientale ‘Giuseppe Tucci’ in Via Merulana a Roma. Il Museo delle Civiltà, istituto autonomo che ha accorpato il museo, è bersaglio di petizioni, manifestazioni, post, con domande sul futuro del museo e delle sue collezioni, sulla valorizzazione del suo patrimonio, sulla possibilità di poterlo rivedere.

Ma le notizie riportate sono tutte vere?

È stato chiesto agli “addetti ai lavori” qual è la verità?

Qualcuno si è preoccupato di verificare?

Per risolvere le domande, i dubbi e le fake news che compaiono in rete ci rivolgiamo al direttore del Museo delle Civiltà, Filippo Maria Gambari.

 

Stanno circolando alcune notizie sulla chiusura del museo Tucci, cosa può dirci?

Il Museo delle Civiltà, in applicazione dei decreti istitutivi emessi nel 2016, è al momento fortemente impegnato nel trasferimento – e nel riallestimento molto rapido all’EUR in nuovi spazi – del museo d’arte orientale ‘Giuseppe Tucci’. Un compito complesso perché è la prima volta dallo spostamento un po’ tumultuoso all’EUR del Museo Pigorini tra il 1975 ed il 1977 che si rilocalizza in Roma un grande Museo Nazionale. Ben consapevoli di questo, dopo un’approfondita fase di progettazione, si è costruito un programma di lavoro che tutto il personale del MuCiv, che comprende anche il personale del MNAO con tutti gli specialisti delle singole sezioni, sta affrontando con grande professionalità e senso di responsabilità. Per motivazioni varie e non sempre chiare, che comunque per lo più non sembrano avere nulla a che vedere con la corretta informazione e con la seria partecipazione ad un dibattito sulle scelte di politica culturale della Pubblica Amministrazione, sono state invece messe in giro da petizioni e da passaggi sui media e sui social network plateali fake news.

Siamo molto spiacenti di tale situazione, non solo perché cerca di mettere in cattiva luce un progetto ambizioso, innovativo e teso a un forte rilancio del ruolo e dell’importanza dell’ex MNAO, ma soprattutto perché irresponsabilmente mobilita con l’inganno persone in buona fede in Italia e all’estero, che in futuro saranno diffidenti e meno disponibili a schierarsi e a dichiararsi su questioni magari la prossima volta autentiche e importanti, secondo lo schema del grido “al lupo, al lupo” nella nota favola.

 

Scrivono che la storia del MNAO sia strutturalmente connessa alla storia di Palazzo Brancaccio.

Non è vero. Quella sede, provvisoria e in affitto da privati, fu scelta nel 1957 solo perché sede dell’ISMEO, oltre che di una parte della Soprintendenza di Ostia. Con il trasferimento verso la fine degli anni ’90 di quest’ultima e dell’ISMEO (proprio per l’improponibilità del protrarsi della locazione) cessa ogni legame strutturale per la permanenza del MNAO in affitto in una sede privata (in contraddizione con quanto disposto in anni recenti dalla spending review e con tutte le prescrizioni della Corte dei Conti sulla valorizzazione del demanio dello Stato e sulla riduzione delle locazioni passive), che, nonostante tutti i canoni versati in circa 60 anni di affitto (più o meno un totale corrispondente a 5 volte l’indennità di esproprio), non ha mai potuto essere acquisita al patrimonio pubblico proprio per i suoi evidenti difetti strutturali. La valorizzazione di Palazzo Brancaccio, di cui l’ex MNAO occupa solo alcuni appartamenti e che ha gli evidenti limiti di una residenza privata vincolata, può e deve avvenire attraverso usi pubblici o privati compatibili e idonei con tale destinazione.

 

È vero che  la chiusura della sede di Via Merulana coincide con la chiusura al pubblico sino a data sconosciuta delle collezioni, che sarebbero così mortificate? 

No, è una notizia falsa, anzi è vero il contrario. Attualmente le collezioni sono fruibili solo in parte perché, anche senza contare i depositi, circa un quarto delle sale espositive sono chiuse al pubblico, a seguito di un principio di incendio per un cortocircuito dell’impianto di condizionamento nell’agosto 2016, cui la stampa romana ha dato ampio risalto essendo stato sgomberato d’urgenza il museo. Invece già nel dicembre 2017 con la mostra “Aperti per lavori” su una superficie circa pari all’attuale superficie museale saranno disponibili al pubblico, in una mostra temporanea negli spazi disponibili del museo Pigorini, i più rappresentativi materiali delle diverse sezioni del museo (circa un 40% del totale). A gennaio 2018 è prevista una prima presentazione antologica temporanea delle collezioni ISMEO ed ISIAO nei locali del museo di arti e tradizioni popolari. Verso maggio 2018 si inaugurerà nel Salone delle Scienze del museo Pigorini una mostra temporanea di costumi cinesi, in occasione degli scambi Italia-Cina nell’ambito del progetto Via della Seta 4.0. Verso ottobre, per il centocinquantenario dell’avvio delle relazioni diplomatiche tra Italia e Thailandia, si inaugurerà una grande mostra in cui saranno esposti, con altri in prestito, i reperti da quest’area provenienti dalle collezioni del museo d’arte orientale e del museo Pigorini. Nel 2019 saranno aperti gradualmente tutti i nuovi allestimenti delle sezioni d’arte orientale, aggiornati e finalmente resi consoni ai principi più avanzati della museografia europea, nei nuovi spazi INAIL a lato dello sviluppo delle sezioni preistoriche ed etnografiche (che si estendono su una superficie che risulta oltre il doppio delle attuali e più fruibile), con caffetteria, bookshop, oggettistica e tutto quanto risulta indispensabile per un museo nazionale contemporaneo, concepito come aperto e inclusivo e non come un salotto antiquario. Tutto questo ovviamente non era e non sarebbe mai stato possibile in Via Merulana.

 

Ma perché la sede di Via Merulana non è adeguata, in una visione moderna, a ospitare il museo d’arte orientale?

Si tratta di un condominio in cui i servizi comuni (portineria, scale, ascensore), ormai con evidenti problemi gestionali e di sicurezza, sono condotti da privati, a questo si aggiungano anche probabili contenziosi dell’eredità della Principessa Brancaccio che possono interagire con relazioni contrattuali legati al Palazzo. I problemi strutturali sono notevoli: i passaggi tra le sale sono tipici di una residenza e non adatti all’affluenza di un grande pubblico, manca qualsiasi montacarichi, manca l’ascensore (quello storico, per poche persone, è completamente fuori standard per il servizio al pubblico, e categoricamente proibito a qualsiasi trasporto di materiali anche leggeri). Il cortocircuito con principio d’incendio del 2016 ha messo in evidenza difetti impiantistici e obbliga, per la concessione ex-novo della certificazione di legge, all’adeguamento di impianti e struttura agli alti standard attuali, che mal si adattano, per costi e per impatto sull’apparato murario e decorativo, all’intervento in una delicata struttura residenziale antica di alto pregio in proprietà privata….

 

Ma quanto costa il trasferimento? È vero che all’EUR si va incontro a oneri anche più pesanti?

Curiosamente coesistono le accuse di voler risparmiare e quella di spendere troppo. Cerchiamo di fare chiarezza. I risparmi operativi alla fine saranno in realtà consistenti, anche senza considerare le economie di scala nella gestione accentrata in un’unica struttura, ma la motivazione prevalente è quella di valorizzare e potenziare con un’amministrazione corretta, non di risparmiare. L’affitto per un po’ meno di un milione di euro annui dall’INAIL (cioè in una sostanziale partita di giro all’interno del patrimonio dello Stato, non un versamento a privati) di oltre 10.000 mq di edifici pensati e costruiti dall’origine per ospitare musei, magazzini e mostre rispetto ai 3.000 mq di porzioni di un palazzo nobiliare in Via Merulana, affittati per circa 700 mila euro annui, è ovviamente più vantaggioso e non paragonabile. Gli spazi previsti nella nuova sede di circa 1.000 mq destinati a servizi museali in locazione (ristorazione/caffetteria di qualità, un ampio bookshop specializzato, un temporary shop) saranno anche fonte di canoni che abbatteranno a bilancio consuntivo la locazione stessa. Il fatto che la proprietà di Via Merulana abbia offerto un affitto ridotto per 480 mila euro, a fronte della limitazione del museo quasi alle sole sale espositive, evoca altre considerazioni. Nel nuovo contratto sarebbero infatti esclusi i locali occupati dalla biblioteca, da un laboratorio e da parte degli uffici. Questa proposta non può essere presa in considerazione perché produrrebbe una tale atrofizzazione della vita del museo da rendere lo stesso un luogo morto: come può tale argomento essere proposto in buona fede da chi dichiara più conveniente tale opzione? Il progetto di potenziamento, finanziato come investimento con circa 10 milioni di euro su fondi C.I.P.E. nel triennio 2017-2019, non è solo il primo fondamentale passo di adeguamento e potenziamento del Museo delle Civiltà ma è anche un’occasione unica per una reale rinascita e innovazione del museo d’arte orientale ‘Giuseppe Tucci’.

 

È vero che la nuova collocazione delle raccolte tradirà la tradizione e l’identità del museo?

È vero il contrario: il museo d’arte orientale tendeva già ad essere, pur senza spazi adeguati e senza idonee possibilità di sviluppo, molto più di un museo di oggetti artistici. Nel nuovo Museo delle Civiltà manterrà la propria identità (e l’intestazione a Giuseppe Tucci), ma si legherà alle eccezionali e non esposte al pubblico collezioni etnografiche dall’Asia del museo Pigorini (come si vedrà già nella mostra sulla Thailandia tra un anno) e si potrà finalmente aprire anche a tutta una serie di visioni trasversali e rivolte ad un’utenza più ampia, in una logica di presentazione non solo di oggetti ma di culture, civiltà e occasioni di dialogo e relazioni interculturali. Il nuovo allestimento consentirà l’integrazione multimediale, la realtà aumentata, le sollecitazioni emozionali, il multilinguismo, con una realizzazione innovativa che sarà poi estesa di ritorno anche alle sezioni del museo Pigorini, del museo dell’alto Medioevo, del museo delle arti e tradizioni popolari.

 

Qual è allora la  mission del Museo delle Civiltà?

Coniugare ricerca, didattica e formazione ad alto livello ad una comunicazione e valorizzazione museale inclusiva, tesa a far conoscere, a partire dalla cultura artistica e materiale, mondi apparentemente lontani nel tempo e nello spazio, in realtà vicini al nostro modo di essere e di vivere, così da creare l’atteggiamento ed i presupposti per favorire il dialogo, l’integrazione e le relazioni interculturali in questa nostra società globalizzata, centrando una delle fondamentali esigenze di questo nostro tempo.

 

Invitiamo dunque in conclusione tutti gli interessati a seguire le news sul sito del Museo delle Civiltà e sui suoi social, per vedere, work in progress, le realizzazioni concrete di questa sfida molto ambiziosa. Invitiamo altresì chi opera nell’articolato mondo dell’informazione e volesse conoscere i veri dati, per lo più già pubblicati o comunque attingibili ai sensi della normativa sulla trasparenza della PA, nei limiti di privacy e riservatezza delle procedure di individuazione del contraente, a rivolgersi direttamente alle istituzioni responsabili, che tra l’altro sono tenute a documentare e comprovare quanto riferito, piuttosto che rifarsi bizzarramente al “sentito dire”.